Sapevo che le opere di John Fante fossero autobiografiche, ma che esistesse una continuità così specifica tra il modo di esprimere la propria personalità e il racconto in prima persona di Bandini, era difficile immaginarlo.
Leggendo le Lettere a Mencken (direttore della rivista "American Mercury")raccolte nel volume "Sto sulla riva dell'acqua e sogno" edito da Fazi Editore, mi sono divertita e stupita nel ritrovare Bandini anche nelle lettere al suo editore.
È
forse questa la forza che contraddistingue la scrittura di Fante? L'esserci in toto? Una scrittura che non fa differenza tra espressione di sé e racconto, dove la creazione è insita nel personaggio/autore e l'invenzione è tutt'uno con la vita reale.
Riporto di seguito una parte di lettera datata 7 agosto 1932, in cui Fante doveva comunicare al suo editore una nota biografica "accurata". Aveva 23 anni.
"La mia famiglia andò in pezzi un paio di anni fa, mio padre che se la batteva in una direzione, e mia madre con noi ragazzi in California. Fu tremendo. Non avevamo un copeco quando arrivammo là, e non che ce ne fossero mai stati d'avanzo. Dovetti andare a lavorare. Oh dèi, quanto lo detestavo. L'unico lavoro che avevo mai fatto prima era di giocare con ogni tipo di palla. Ma ne trovai uno e me la cavai benone, mantenendo in vita mia madre e i ragazzini. Avevo più di un lavoro, ne avevo ventiquattro, dall'impiegato in un albergo allo stivatore.
Poi mio padre tornò, e tutti quanti andarono a nord con lui, mentre io andai a Long Beach. In quella città andai allo Junior College finchè i miei soldi non finirono. Il denaro è sempre stato il mio cruccio e sto tentando di metterne insieme abbastanza per non patire più la fame. Ne ho patita tanta, mi creda. Fondamentalmente sono un tipo intelligente, ho imparato la serenità dell'essere onesti. Farò del mio meglio per apprezzarla ancora di più, ma ho un lato superficiale, secondo il giudizio dei miei amici. Ho dei forti pregiudizi che coltivo. Per esempio, non leggo libri scritti da donne o da preti cattolici. Sebbene sia giovane ho fatto molti danni. Sono vendicativo, e non raggiungerò mai il massimo della tranquillità fino a che le offese e le umiliazioni che ho subito non saranno compensate. Forse questa è presuntuosa razionalità, ma chi, fatto di carne umana e sangue, può provare - al di là degli aggettivi - se ho ragione o torto? Grazie, ma preferisco insegnarmi da solo, e venerare gli amati dèi di mia scelta. Ne ho solo tre, e li cambierò abbastanza presto. Ritengo che posso essere e fare esattamente ciò che voglio essere e fare. Da qui, la mia convinzione che un giorno sarò il direttore dell'American Mercury. Però è un gioco elaboratamente sporco, perché potrei crollare su questa macchina da scrivere, cadavere, nelle prossime due ore. Ho una ragazza, e la amo, e lei ama me, e siamo entrambi ghiotti di Wagner, così il giorno è lungo e buono, ma domani il sole mi farà sudare, e l'abbaiare di un cane mi farà impazzire, e mosche appiccicose ronzeranno e atterreranno sulla mia faccia".
Mencken, suo editore, ma ormai divenuto amico epistolare, oltre a dargli consigli di scrittura, gli suggerisce anche come piazzare i suoi racconti:
"Mi dispiace di sentire che non ha piazzato l'altro suo manoscritto [...] Probabilmente lei ha rovinato la possibilità che aveva aggiungendo il racconto della sua sfortuna. Si rammenti sempre che gli editori nuovi non sono interessati alla sua personalità, ma al suo lavoro. Se dice loro di essere afflitto da lebbra, o che stanno per impiccarla, ciò si limita a straziare i loro sentimenti e non li aiuta in alcun modo a fare il loro lavoro. E perciò si risentono. Quando manda dei manoscritti a editori che non conosce, non dica assolutamente nulla. Metta solo il suo nome e indirizzo all'angolo all'alto a sinistra della prima pagina, vi alleghi la sua busta affrancata e con l'indirizzo per la risposta, e si fermì lì."
Non è un caso che Arturo Bandini in "Chiedi alla polvere", scriva delle lettere lunghissime al proprio editore e di come quest'ultimo stralci dalle stesse i racconti che gli pubblica.