Chiedi alla polvere

Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d'albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell'albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto della padrona che mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce e andandomene a letto.

Opinioni di un clown

Quando non ero truccato avevo sempre paura delle mie finzioni, degli scherzi, delle mie "maschere", di quello che egli chiamava il mio "non far sul serio".

Prologo a Chiedi alla polvere

Così l'ho intitolaro Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c'è la polvere dell'Est del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c'è una ragazza ingannata dall'idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro.

Kill Bill 2

Beatrix: Vuoi restare al matrimonio?! Bill: Solo se posso sedermi nel lato della sposa. Beatrix: Sarai un po' triste e solo nel mio lato. Bill: Il tuo lato è sempre stato un po' triste e solo, ma non mi metterei da nessun'altra parte.

Jorge Luis Borges

Mi dicevo: Forse non potrò più scrivere. In quel caso la mia vita sarebbe praticamente finita, perché la letteratura è molto importante per me. Non perchè consideri particolarmente buone le mie cose, ma perché so che non potrei tirare avanti senza scrivere. Se non scrivo provo, beh, una sorta di rimorso, capisce? -Intervista alla Paris Review

venerdì 10 gennaio 2014

Scrittura e vita

Sapevo che le opere di John Fante fossero autobiografiche, ma che esistesse una continuità così specifica tra il modo di esprimere la propria personalità e il racconto in prima persona di Bandini, era difficile immaginarlo.
Leggendo le Lettere a Mencken (direttore della rivista "American Mercury")raccolte nel volume "Sto sulla riva dell'acqua e sogno" edito da Fazi Editore, mi sono divertita e stupita nel ritrovare Bandini anche nelle lettere al suo editore. 


È forse questa la forza che contraddistingue la scrittura di Fante? L'esserci in toto? Una scrittura che non fa differenza tra espressione di sé e racconto, dove la creazione è insita nel personaggio/autore e l'invenzione è tutt'uno con la vita reale.

Riporto di seguito una parte di lettera datata 7 agosto 1932, in cui Fante doveva comunicare al suo editore una nota biografica "accurata". Aveva 23 anni.


"La mia famiglia andò in pezzi un paio di anni fa, mio padre che se la batteva in una direzione, e mia madre con noi ragazzi in California. Fu tremendo. Non avevamo un copeco quando arrivammo là, e non che ce ne fossero mai stati d'avanzo. Dovetti andare a lavorare. Oh dèi, quanto lo detestavo. L'unico lavoro che avevo mai fatto prima era di giocare con ogni tipo di palla. Ma ne trovai uno e me la cavai benone, mantenendo in vita mia madre e i ragazzini. Avevo più di un lavoro, ne avevo ventiquattro, dall'impiegato in un albergo allo stivatore.
Poi mio padre tornò, e tutti quanti andarono a nord con lui, mentre io andai a Long Beach. In quella città andai allo Junior College finchè i miei soldi non finirono. Il denaro è sempre stato il mio cruccio e sto tentando di metterne insieme abbastanza per non patire più la fame. Ne ho patita tanta, mi creda. Fondamentalmente sono un tipo intelligente, ho imparato la serenità dell'essere onesti. Farò del mio meglio per apprezzarla ancora di più, ma ho un lato superficiale, secondo il giudizio dei miei amici. Ho dei forti pregiudizi che coltivo. Per esempio, non leggo libri scritti da donne o da preti cattolici. Sebbene sia giovane ho fatto molti danni. Sono vendicativo, e non raggiungerò mai il massimo della tranquillità fino a che le offese e le umiliazioni che ho subito non saranno compensate. Forse questa è presuntuosa razionalità, ma chi, fatto di carne umana e sangue, può provare - al di là degli aggettivi - se ho ragione o torto? Grazie, ma preferisco insegnarmi da solo, e venerare gli amati dèi di mia scelta. Ne ho solo tre, e li cambierò abbastanza presto. Ritengo che posso essere e fare esattamente ciò che voglio essere e fare. Da qui, la mia convinzione che un giorno sarò il direttore dell'American Mercury. Però è un gioco elaboratamente sporco, perché potrei crollare su questa macchina da scrivere, cadavere, nelle prossime due ore. Ho una ragazza, e la amo, e lei ama me, e siamo entrambi ghiotti di Wagner, così il giorno è lungo e buono, ma domani il sole mi farà sudare, e l'abbaiare di un cane mi farà impazzire, e mosche appiccicose ronzeranno e atterreranno sulla mia faccia".

Mencken, suo editore, ma ormai divenuto amico epistolare, oltre a dargli consigli di scrittura, gli suggerisce anche come piazzare i suoi racconti:


"Mi dispiace di sentire che non ha piazzato l'altro suo manoscritto [...] Probabilmente lei ha rovinato la possibilità che aveva aggiungendo il racconto della sua sfortuna. Si rammenti sempre che gli editori nuovi non sono interessati alla sua personalità, ma al suo lavoro. Se dice loro di essere afflitto da lebbra, o che stanno per impiccarla, ciò si limita a straziare i loro sentimenti e non li aiuta in alcun modo a fare il loro lavoro. E perciò si risentono. Quando manda dei manoscritti a editori che non conosce, non dica assolutamente nulla. Metta solo il suo nome e indirizzo all'angolo all'alto a sinistra della prima pagina, vi alleghi la sua busta affrancata e con l'indirizzo per la risposta, e si fermì lì."

Non è un caso che Arturo Bandini in "Chiedi alla polvere", scriva delle lettere lunghissime al proprio editore e di come quest'ultimo stralci dalle stesse i racconti che gli pubblica.

mercoledì 27 novembre 2013

Instagrammizzate lo sguardo


I canali social nascono per condividere e nascono proprio per il bisogno che ha l'uomo di comunicare con i suoi simili, anche quando si trova, solo, di fronte ad uno schermo senza identità.
L'applicazione Instagram dona ai social un senso che in sé non hanno. Chi lo usa lo sa. 

 
Non sto parlando di possibilità di interagire, di creare rete, di fare marketing, o di vendere un prodotto (anche se questo sembra lo scopo ultimo dei social). No. 
Parlo della possibilità di cogliere la bellezza; di un attimo, di una luce, di un particolare, di una sensazione. 

Instagram riesce a condizionare lo sguardo rendendolo fotografico. Non è poco. Concentrare la propria attenzione su un particolare altrimenti insignificante è un'attitudine che Instagram stimola.


La gioia non è forse fatta di piccole cose e meraviglie?




sabato 23 novembre 2013

e adesso?

A una settimana dalla presentazione del libro Mondaino, dell'Arte e del Gusto di vivere in collina, di cui sono coautrice, mi sento di poter dire qualcosa al riguardo.
Intanto GRAZIE a tutti quelli che hanno partecipato. Non mi aspettavo di vedere la Sala del Durantino così piena.


Le mie aspettative sull'affluenza mi facevano stare tranquilla. Pensavo tra me: "ci sarà qualche amico, qualche famigliare e basta..."
Mi aspettavo più una situazione come quella ritratta dal mio smartphone poco prima delle 17.00... magari con i relatori sul palco :)

Mi sbagliavo, e ne sono contenta. Certo che trovarmi di fronte alla platea piena, è stato un po' traumatico. In effetti preferisco scrivere... Ma ce l'ho fatta. 
La pubblicazione ha destato interesse. Segno che mancava e che serviva.
E adesso?
Adesso il libro è in vendita! Ovvio... Chiunque sia interessato mi faccia un fischio e gli darò le indicazioni su dove trovarlo.
 

giovedì 21 novembre 2013

Tra colori e poesia

di Daniela Vitri

Blu, rosso, giallo, entrando nella miniera di Mondaino un’esplosione di colori colpisce l’occhio conferendo nuova vita alla vecchia costruzione ormai abbandonata. Tele dalle grandi dimensioni riempiono le pareti, il tavolo da lavoro è sommerso da piccoli acquerelli dalle tenui e delicate tinte, tempere rapprese sulle tavolozze e barattoli di vetro contenenti polveri dalle vivaci tonalità. La nuova anima dell’edificio è lo studio laboratorio di Phelan Black, l’eccentrico pittore approdato, con la moglie Susy, ormai diversi anni fa, dalla lontana Inghilterra nelle nostre colline, scelte come luogo dove vivere e crescere i propri figli.

 

Phelan ha avuto grandi maestri, è stato l’assistente di Patrick Protor, ed è venuto in contatto con grandi artisti contemporanei come David Hockey e Craigie Aitchison conosciuti a livello internazionale. Dichiara di ispirarsi a William Turner e a Tiziano, e mi mostra entusiasta le loro opere. Nella sua pittura si rivelano forti le influenze, in particolar modo, del pittore inglese Turner, maestro eccelso nel ritrarre la forza e la potenza della natura suprema che rende l’uomo vulnerabile, incapace di dominare, segno evidente del potere di Dio.   





- Com’è iniziata la tua passione per la pittura?

Ho sempre dipinto, tutti i bambini dipingono, poi ci sono molti che smettono, io ho continuato.

- Quali sono stati i tuoi studi?

Ho frequentato la scuola d’arte in Inghilterra, poi tre anni di scultura, qui, i maestri stessi mi hanno consigliato che la mia vera strada sarebbe stata la pittura. Poi ho anche insegnato quattro anni nella “First London Free School”. Un esperienza entusiasmante anche se ero impegnato dalla mattina alle nove di sera. Una scuola innovativa situata in una zona terribilmente violenta. I ragazzi avevano dai 3 ai 18 anni ed erano assolutamente liberi di frequentare le lezioni quanto e come volevano. Poi lo Stato ha lasciato che tutto finisse.


- Perché hai scelto di lasciare l’Inghilterra e trasferirti in Italia?                                             
Susy ed io volevamo abitare in campagna, eravamo stanchi di vivere nel centro di Londra. La nostra intenzione era quella di trasferirci nella campagna irlandese o inglese, poi abbiamo fatto un giro in Italia ci siamo innamorati di questo paesaggio e del calore della gente e così abbiamo deciso, che sarebbe stata l’Italia il posto in cui volevamo stare, vivere a contatto con la natura e gli animali.
- Hai mai esposto i tuoi dipinti?

Diverse volte, adesso sto scegliendone quattro da posizionare all’entrata del “Teatro dimora l’Arboreto”. Ho partecipato diverse volte a mostre collettive organizzate a Londra, quest’anno con tre acquerelli. Poi… a Fano, Frontone, Cagli.

- Quali colori usi per dipingere?

Gli acquerelli sono sempre con me quando dipingo all’aria aperta, in studio sono diviso tra olio e colori formati da polveri da sciogliere con acqua

- Come definiresti il tuo stile?

Non mi piacciono molto le classificazioni, potrei definire il mio stile figurativo, semplicemente perché i miei quadri non sono astratti, anche se in alcuni ritroviamo elementi decontestualizzati. Uno stile possiamo dire… poetico.

 
Quali sono i soggetti più ricorrenti nei tuoi dipinti?

Amo rappresentare la natura, boschi dove troviamo “el diavle” o uomini che si tramutano in daini, ma anche paesaggi o spiagge assolate. Mi piace dipingere all’aria aperta, quando vado fuori, porto sempre con me gli acquerelli.

La natura mi affascina. Nella sua rappresentazione ritrovo la relazione tra uomo e donna, tra me e Susy, figura che appare in molti miei quadri. Ultimamente ricorrono spesso i vulcani, ne sono rimasto affascinato da quando ho visto l’Etna in attività. Hanno un’atmosfera incredibile, sono come la vita, contengono momenti difficoltosi e allo stesso tempo tranquilli.

È difficile fare un quadro che funzioni perché non corrisponde mai a quello che ho nel cuore. Un tempo modificavo molto, lavoravo ad un quadro per 3 o 4 anni, adesso lo faccio più di getto. Mi rendo conto di non essere un genio, ma continuerò a dipingere fino alla morte.
 





mercoledì 20 novembre 2013

C'era una volta L'impronta


Alcuni anni fa, a Mondaino, si pubblicava una rivista chiamata "L'impronta Cronache di paese". A scriverla eravamo io, Caterina Gianni e Daniela Vitri. In paese eravamo chiamate amichevolmente le Improntine (per richiamare alle veline, alle letterine etc).
I contenuti erano storici, legati ai ricordi, alle storie del paese e ai personaggi. Gli abitanti finirono per partecipare attivamente inviando lettere, poesie, articoli e racconti. L'esperimento ebbe un ottimo successo. I lettori erano interessati e ansiosi di ricevere a casa l'ultimo numero. Sì, a casa, perché io e le altre Improntine, aiutate da altri volontari, le portavamo di casa in casa lasciandole nella buca delle lettere. Naturalmente non c'era un ritorno economico. A pagare le stampe era la Pro Loco di allora.
L'idea era partita appunto dal consiglio dell'Associazione e io e le altre ragazze, l'avevamo accettata e fatta nostra mettendoci passione ed impegno.
Qualche giorno fa, subito dopo l'apertura di questo blog, ho pensato che sarebbe stato interessante riproporre alcuni degli articoli che erano stati scritti. Ho chiesto alle altre redattrici se potevo pubblicare anche i loro pezzi.
Problemi non ce ne sono, quindi di qui in avanti, uno dopo l'altro e a piccole dosi, vi proporrò gli articoli più interessanti.
Chissà mai, venga voglia a qualcuno, oltreché a me, di valutare un'edizione online della rivista...

giovedì 14 novembre 2013

Mondaino, dell'arte e del gusto di vivere in collina

Ce l'abbiamo fatta! Si, è stato un lavoro impegnativo. 
Abbiamo dato tutti del nostro meglio e i risultati di questo percorso tra arte, storia, natura e cultura di Mondaino verranno presentati domenica prossima 17 novembre presso la Sala del Durantino alle ore 17.00.
Dov'è la Sala del Durantino? Dentro al Municipio di Mondaino, all'ultimo piano esattamente. 
Dov'è Mondaino? In Provincia di Rimini e per vedere dove si trova guardate questa maps e digitate la vostra posizione chiedendo indicazioni stradali,(okay non avete bisogno di suggerimenti per questo, lo so).
Potrebbe essere l'occasione per fare una gitarella che possa regalarvi panorami inaspettati come quelli che troverete in questo libro.


Tra l'altro domenica 17 e domenica 24 si tiene a Mondaino la Mostra mercato del tartufo pregiato delle colline riminesi e del formaggio di fossa, appunto Fossa Tartufo & Cerere. Motivo in più per farsi un giro.

A presentare il testo ci sarò io e poi Alberto Giorgi, coautore che ha trattato la parte storica, e naturalmente Tonino Mosconi, fotografo e ideatore della collana Tesori Nascosti
Interverrà anche il Sindaco Fabio Forlani a cui si deve la scrittura di questo testo.
Ah, quasi dimenticavo. All'interno del libro è presente uno stralcio del Manuale confidenziale per esploratori di Mondaino dello scrittore Michele Marziani
Un altro contributo ben gradito, è stato dato dall'attore Gianluca Foresi che trovate soprattutto qui,(soffre di twitterite acuta). 
I ringraziamenti per quel che mi riguarda vanno anche a Marco Manconi, che mi ha aiutata a leggere i miei testi con occhi diversi, da straniero nella mia terra. 
Vi aspetto domenica!

 

Di forma in fossa e viceversa


Per completare l'approfondimento circa i "preziosi" di Mondaino vi posto un articolo sul formaggio di fossa e su come nasce.




Probabilmente tutti gli estimatori di questo prodotto, conoscono le caratteristiche principali di un buon formaggio di fossa e alcuni magari ne conoscono anche i procedimenti di produzione, ma non tutti sapranno che diversi fattori possono influire sul risultato finale per ottenere caratteristiche organolettiche ottimali.

A Mondaino nel 1989, la famiglia Chiaretti, durante la ristrutturazione del mulino dei gesuiti che fa parte della loro abitazione, all’interno delle mura del castello, ha riportato alla luce tre fosse, una datata 1349 e le altre della seconda metà del ‘400. Le fosse dall’epoca tardo medievale,  erano utilizzate per nascondere il grano e altri alimenti durante i saccheggi degli armati delle opposte fazioni. 
Quelle che si trovano a Mondaino, sono scavate nell’arenaria e ricoperte per il primo mezzo metro da mattoni. All’interno, piantati contro le pareti si trovano dei grossi chiodi, anch’essi originari. Servivano e servono tuttora per fissare canne, legname e la paglia, il rivestimento interno che permette di isolarle dall’umidità e mantenere la temperatura costante. Se è vero come narra la leggenda che fu per caso che si scoprì il primo formaggio di fossa, la sorpresa divenne presto consuetudine.

Il procedimento è difficile, ma soprattutto lungo e specifico: “In primo luogo si tratta di conoscere le proprie fosse – risponde Michele Chiaretti, titolare dell’azienda Il formaggio delle fosse della Portadi sotto -. Per un paio di anni abbiamo sperimentato con piccole quantità di formaggio, nel frattempo abbiamo studiato su testi che trattavano l’argomento. Solo nel 1999 abbiamo iniziato la produzione. Ogni anno tra l’altro miglioriamo perché acquistiamo sempre più esperienza e conoscenze”.


Quali sono le condizioni ideali per ottenere un buon formaggio di fossa?

“La prima cosa è il formaggio che si va ad infossare. Deve avere una stagionatura di almeno 60 giorni, così impone la Dop. Noi infossiamo formaggi di 90 giorni. In questo primo stadio infatti il formaggio perde acqua, così nella fossa, durante la fermentazione anaerobica (priva di ossigeno), rilascia i grassi. Se non fosse ben stagionato perderebbe più che altro acqua e la fermentazione avrebbe un altro effetto. Inoltre è bene infossare una sola volta all’anno. In questo modo le fosse possono aerarsi. All’apertura l’ambiente è saturo di  muffe,  grassi e umidità. Se si infossa più di una volta all’anno si ottengono formaggi dal sapore molto forte”.

Qual è il periodo migliore per infossare?

“Ad agosto, perché si tratta di un pecorino primaverile stagionato. In primavera il latte è il migliore, le pecore hanno gli agnelli e il latte è anche più magro. La dop impone che sia infossato ad agosto e sfossato a novembre, dopo 81 giorni”.


Come si infossa?

“Sul fondo della fossa viene sistemato un tavolato a 30 cm dal pavimento. Servirà per far colare i grassi che il formaggio rilascerà. Poi viene rivestita la fossa con paglia e canne per isolare e mantenere la temperatura costante, che grazie alla fermentazione arriverà a 30 gradi. Poi vengono calati i formaggi, chiusi in teli di cotonina a maglie larghe. Ogni sacco viene numerato con un colorante naturale. Ogni volta utilizziamo un formaggio diverso, di caseifici della zona, anche per testare quale sia il migliore allo scopo. In più infossiamo anche per conto terzi.  Ogni fossa tiene 40 o 50 quintali di formaggio. Le fosse vengono riempite fino all’orlo, senza lasciare alcuno spazio vuoto, altrimenti i formaggi si muoverebbero e potrebbero rompersi. Infine la fossa viene chiusa con il suo coperchio e sigillata con il gesso”.

Passano così 81 giorni e i formaggi riposano sotto terra. Quando si va ad aprire le fosse cosa succede?
“Si trova un ambiente completamente privo di ossigeno che non permette nemmeno all’aria all’interno di salire. Il volume dei formaggi è diminuito di circa un metro. Dopo qualche ora si inserisce un ventilatore per aiutare il ricircolo d’aria. Poi il giorno successivo si cominciano ad estrarre i sacchi”.



Dopo?

“I sacchetti che hanno lasciato filtrare il grasso vengono strappati e di lì segue la pulitura dei formaggi uno ad uno. A quel punto sono privi di acqua, sali e grassi e a bassissimo contenuto di colesterolo”


Quanto si conserva un formaggio di fossa? Ed è tutto commestibile anche la cosiddetta “crosta”?

“Si mantiene un anno, ma se conservato sottovuoto anche molto di più. L’importante è ripetere la procedura per ottenere il sottovuoto ogni sei mesi. Se la crosta è ripulita, come nel nostro caso, sì è commestibile, e può venire usata grattugiata. A volte si trovano formaggi confezionati senza essere ripuliti, in quel caso vanno sbucciati”.