di Daniela Vitri
Blu, rosso, giallo,
entrando nella miniera di Mondaino un’esplosione di colori colpisce l’occhio
conferendo nuova vita alla vecchia costruzione ormai abbandonata. Tele dalle
grandi dimensioni riempiono le pareti, il tavolo da lavoro è sommerso da
piccoli acquerelli dalle tenui e delicate tinte, tempere rapprese sulle
tavolozze e barattoli di vetro contenenti polveri dalle vivaci tonalità. La
nuova anima dell’edificio è lo studio laboratorio di Phelan Black, l’eccentrico
pittore approdato, con la moglie Susy, ormai diversi anni fa, dalla lontana
Inghilterra nelle nostre colline, scelte come luogo dove vivere e crescere i
propri figli.
Phelan ha avuto grandi maestri, è
stato l’assistente di Patrick Protor, ed è venuto in contatto con grandi
artisti contemporanei come David Hockey e Craigie Aitchison conosciuti a
livello internazionale. Dichiara di ispirarsi a William
Turner e a Tiziano, e mi mostra entusiasta le loro opere. Nella sua pittura si rivelano forti
le influenze, in particolar modo, del pittore inglese Turner, maestro eccelso
nel ritrarre la forza e la potenza della natura suprema che rende l’uomo
vulnerabile, incapace di dominare, segno evidente del potere di Dio.
- Com’è iniziata la tua passione
per la pittura?
Ho sempre dipinto, tutti i
bambini dipingono, poi ci sono molti che smettono, io ho continuato.
- Quali sono stati i tuoi studi?
Ho frequentato la scuola
d’arte in Inghilterra, poi tre anni di scultura, qui, i maestri stessi mi hanno
consigliato che la mia vera strada sarebbe stata la pittura. Poi ho anche
insegnato quattro anni nella “First London Free School”. Un esperienza
entusiasmante anche se ero impegnato dalla mattina alle nove di sera. Una
scuola innovativa situata in una zona terribilmente violenta. I ragazzi avevano
dai 3 ai 18 anni ed erano assolutamente liberi di frequentare le lezioni quanto
e come volevano. Poi lo Stato ha lasciato che tutto finisse.
- Perché hai scelto di lasciare l’Inghilterra e
trasferirti in Italia?
Susy ed io
volevamo abitare in campagna, eravamo stanchi di vivere nel centro di Londra.
La nostra intenzione era quella di trasferirci nella campagna irlandese o
inglese, poi abbiamo fatto un giro in Italia ci siamo innamorati di questo
paesaggio e del calore della gente e così abbiamo deciso, che sarebbe stata
l’Italia il posto in cui volevamo stare, vivere a contatto con la natura e gli
animali.
- Hai mai esposto i
tuoi dipinti?
Diverse volte, adesso sto
scegliendone quattro da posizionare all’entrata del “Teatro dimora l’Arboreto”.
Ho partecipato diverse volte a mostre collettive organizzate a Londra, quest’anno con tre acquerelli.
Poi… a Fano, Frontone, Cagli.
- Quali colori usi per
dipingere?
Gli acquerelli sono sempre con me
quando dipingo all’aria aperta, in studio sono diviso tra olio e colori formati
da polveri da sciogliere con acqua
- Come definiresti il tuo stile?
Non mi piacciono molto le classificazioni, potrei
definire il mio stile figurativo, semplicemente perché i miei quadri non sono
astratti, anche se in alcuni ritroviamo elementi decontestualizzati. Uno stile
possiamo dire… poetico.
Quali sono i soggetti più ricorrenti nei tuoi dipinti?
Amo rappresentare la natura, boschi dove troviamo “el
diavle” o uomini che si tramutano in daini, ma anche paesaggi o spiagge
assolate. Mi piace dipingere all’aria aperta, quando vado fuori, porto sempre
con me gli acquerelli.
La natura mi affascina. Nella sua rappresentazione ritrovo
la relazione tra uomo e donna, tra me e Susy, figura che appare in molti miei quadri. Ultimamente ricorrono spesso i
vulcani, ne sono rimasto affascinato da quando ho visto l’Etna in attività. Hanno un’atmosfera incredibile, sono come la vita, contengono momenti difficoltosi
e allo stesso tempo tranquilli.
È difficile fare un quadro che funzioni perché non
corrisponde mai a quello che ho nel cuore. Un tempo modificavo molto, lavoravo
ad un quadro per 3 o 4 anni, adesso lo faccio più di getto. Mi rendo conto di
non essere un genio, ma continuerò a dipingere fino alla morte.









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